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Rivista mensile del Touring Club Italiano - Aprile 1957

Rivista mensile del Touring Club Italiano - Aprile 1957

Storia del Cilento > PaestumChi si reca in Calabria... Ma chi si reca in Calabria in automobile? I turisti non amano e non osano spingersi oltre i tem­pli di Paestum. Ai piedi di quegli antichi monumenti sembra che l’Italia finisca. E di fatto comincia il cieco, il polveroso, il roccioso sud. Gli stessi abitanti del luogo, quelli che si trovano alle porte della Lucania e della Calabria, se debbono recarsi a Roma o a Firenze molte volte preferiscono andarvi in auto. Se invece debbono andare a Reggio di Calabria o a Cosenza, a Catanzaro o a Matera prendono il treno. Non vogliono noie lungo il tragitto. Hanno timore di restare in panne. Quelle di laggiù, secondo una vuota leggenda, sono strade che non aiutano l'automobilista a viaggiare. Molti, poi, credono che oltre Paestum non vi sia nulla da vedere. Per un grande numero di persone monumenti e templi sono soltanto quelli eretti dagli uomini. Gli altri, i mille capolavori di  madre natura, che è stata larga con la Calabria, non hanno colore. Ma, tutto sommato, è meglio che sia così. Chi si reca in Calabria, prova ancora il gu­sto di sentirsi un povero viandante, la soddisfazione del proprio lieve peso di creatura.
E così se voi decidete di recarvi laggiù in au­tomobile troverete sempre delle persone che vi raccomanderanno di far rivedere accuratamente tutti gli organi della vostra macchina; di munirvi di cinghie, di candele, di una scorta d'olio, di due, non di una sola ruota di ricambio; perché, dopo le "colonne di Paestum" è il deserto e un'ingrata solitudine... e chi resta a terra corre il rischio di dover cercare un aiuto lontano, e a piedi, con la sola compagnia delle montagne. Credendo a queste raccomandazioni, le ho rispettate. Ho comprato cinghie, candele, olio, mi son fatto prestare una ruota da aggiungere a quella che ho a bordo e son partito come diretto nel Sahara e non verso un mondo civile e moderno, fornito di tutto. Io raccomando intanto di non fare siffatte spese. Partite come e quando vorrete. Arriverete alla meta vittoriosamente.

Oltre le "colonne di Paestum"
Storia del Cilento > Mare PalinuroA Battipaglia ho fatto la prima sosta. E’ da qui che si deve scegliere la strada per andare in Calabria. Percorrendo la Eboli-Lagonegro si arriva prima. Percorrendo la Paestum-Vallo-Sapri il percorso si allunga e si rischia di finire agl'Inferi. Così dicono, anche e Battipaglia. E se prendete la strada più lunga, la persona che vi ha consigliato di prendere la più breve vi guarda meravigliato. Crederà per sempre che voi eravate un poco di buono, uno scavezzacollo. Vero è che la fantasia degli uomini è più grande di quella dei poeti. Battipaglia, a una ventina di chilometri a sud di Salerno, dovrebbe essere l’ultimo posto, il luogo in cui i temerarii possono ancora pentirsi e rinunciare al viaggio e ritornare verso le belle placide sicure fornite strade del nord. Mentre mangio un dolce e bevo un ottimo caffè, guardo in piazza e mi accorgo di un miracolo. Nel 1943 Battipaglia fu semidistrutta dalla guerra. Si disse che sarebbe stato più vantaggioso volgere le sue rovine — come sovescio — in terreno e trasformarle in campagna. Ma simile a fenice rinata dalle sue ceneri con colori più freschi e sfavillanti, Battipaglia, solido centro agricolo-industriale, è risorta. Le sue linde casette a un piano ricordano certi paesini americani dove la vita si svolge in un adorabile silenzio provinciale, pregno di profonde e nascoste passioni. Osservo i numerosi posti di rifornimento di benzina, il piccolo albergo, una grande stazione di servizio e tanta abbondanza di "comforts" per viaggiatori in automobile mi fa sospettare che davvero di là non vi sia più nulla e che in quella zona è prudente avventurarsi forniti di quanto mai potrà occorrere du­rante un lungo viaggio.
Con questo pensiero mi rimetto in cammino e percorrendo una strada, che è una pista perfetta coperta di chiome di alberi intrecciate a volta di grotta, giungo a Paestum. Nonostante resti indifferente ai monumenti non oso passare senza fermarmi. Scendo. Il cancello è chiuso. Il guardiano si starà svegliando. I templi sono soli. Poco più in là c'è il mare. II sole da poco si è levato ed è incominciato a salire e sembra che goccioli acqua di mare. E’ questa l’ora per ammirare queste pietre agresti, austere e calde come un vecchio pastore selvatico che, a prima vista, fa paura e, poi, da vicino, si rivela un personaggio da favola. Saluto così, dentro di me, le "illusioni pietrificate" erette dagli uomini e mi accorgo di aver scelto una giornata fresca e pulita, senz'ombra di stanchezza, come un bam­bino che ha riposato a lungo e che si sveglia vivacissimo.
Ecco Agropoli. Al ritorno mi ci fermerò. Mi hanno detto che qui si mangia la più gustosa zuppa di pesce del Mar Tirreno. Anzi mi hanno detto che il mare verdecupo di Agropoli — ora lo scorgo bene — ultima propaggine delle acque azzurrifere della Costiera Amalfitana e così pescoso che il pesce di Agropoli arriva fino a Roma e che la famosa "frittura del Golfo" di Napoli dovrebbe più onestamente prendere il titolo dal piccolo mare di Agropoli.
All'improvviso dinanzi alla mia auto la campagna si allarga. E fin dove il mio sguardo spazia non vede che una sola, straordinaria, massiccia barriera, messa di traverso sulla strada. Ci sono.E’la famosa montagna! La barriera di rocce che nasconde gli altri uomini, gli altri... italiani. II luogo è di un'indifferenza agghiacciante. Hanno ragione quelle persone che preferiscono la Eboli-Lagonegro. Ma io sono venuto qui proprio per valicare "il triste passo" e continuo. Continuo è solo un modo di dire. Chi è andato in aereo e si avvia a salire in auto questo monte, che si leva immediatamente dritto dalla pianura, prova la stessa impressione del decollo da un aeroporto. La mia piccola auto, indifferente alla salita, si avvita come trascinata da una forza occulta nelle ripide curve; e ogni curva è di due o tre piani più alta della precedente. Dopo pochi minuti, come dall'oblò di un aereo, la pianura coi suoi seminati geometricamente squadrati, si mostra allo sguardo. Mai avevo, senza volare, provato una simile impressione; perché penso che in nessun altro luogo dalla pianura si passa alla montagna, come salendo da un piano terra con l’ascensore al quinto piano. Di conseguenza tutto si muta. La dolcezza della campagna della Piana di Salerno è per sempre lasciata indietro. La macchina gira, gira su se stessa, e sale, sale. L'aria si e fatta fredda. Apro la chiave del riscaldamento. Non incontro nessuno da una mezz'ora. Sono davvero solo. Ci sono paesi? Ora sono sulla cima. Tra poco discenderò al piano e sarà come prima. Si tratta solo di un paravento minaccioso, non di una montagna.
Nel vetro del parabrezza si offre una visione unica. Debbo trovarmi a sei-settecento metri di altezza. Non vedo che cime di altri monti e, lontano, tra profili di monti a me più vicini, autentiche barriere rocciose. Il Sud lo immaginiamo sempre tutto caldo, focoso, polveroso, una strada per il deserto di sabbia. Qui si sente invece odore di selve, suoni pastorali. Che fa su quella cima quella casa di fango? Che vuole questo cane che abbaia alla mia macchina? Donde viene? Avrà un padrone? Eccolo mi sta dirimpetto e in alto. E’un meraviglioso lupo e si sgola contro di me. La mia macchina gira intorno al cane e lui intorno alla mia macchina. Così è fatto questo viaggiare: sempre intorno a una roccia.
Leggo una scritta: Palinuro. Guardo l’orologio e decido di fare un'altra sosta. A Policastro arriverò certamente prima di sera. Certo, non vorrei farmi cogliere dalla notte tra questi monti. Palinuro è un paese che va visto: non fosse altro che per il fascino del suo nome mitico. E poi quanti, a cominciare da Omero, sono stati i poeti che hanno cantato questo luogo? Giro a destra e vado a tutto gas verso Palinuro. Scendo praticamente la montagna da uno dei suoi lati, incontro al mare. Dicono che è in progetto una strada litoranea da Salerno a Palinuro. Eccellente impresa per i turisti facili. Per me sarà la perdita di Palinuro. Altri però, e lo vedo, prima di me hanno scoperto Palinuro. I francesi hanno eretto qui uno dei loro più grandi accampamenti. Il paese li attendeva. L'anno scorso è sorta la prima "bouti­que". E’ in costruzione un albergo moderno. Alcuni napoletani, appassionati del luogo si lamentano per queste novità. Dicono che Pali­nuro avrà un grande avvenire, ma che diverrà mondana. L'albergatore che ci ascolta si frega le mani dalla contentezza e dice: « Certo,  a
Palinuro possono fare i selvaggi ». I selvaggi! « Loro vogliono fare i selvaggi», aggiunge una vecchia contadina che ha messo su una salumeria, « e noi vogliamo fare finalmente i civili. Loro vogliono andare con gli zoccoli e noi glieli venderemo perché desideriamo calzare le scarpe. Loro vogliono reti e ami, ne abbiamo in abbondanza. Noi vogliamo abiti e carne. Vengano a fare i selvaggi ».
Scendo al mare lungo una deliziosa stradetta, e, a bordo di una barca da pesca, vado a vedere la grotta di Palinuro, la grotta verde. Ne ho viste di grotte. Questa di Palinuro è tanto bella che fa paura. Non è cosa umana. II mare è di una limpidezza di cristallo. Avvistiamo un enorme polipo.  I  nostri volti sono rispecchiati.  Lo sciacquìo del remo risuona in eco. Le nostre voci si moltiplicano e formano un coro, un coro che intimidisce. Usciti al largo il cielo è così basso sul mare che sembra il suo specchio. Un gruppo di francesi "mitici" su una zattera fornita di una bandiera a straccio mi ricorda un celebre quadro di Delacroix. Poca gente a Palinuro, ottimo cibo, silenzio: monti e mare. Solitudine. E’ davvero una terra di poeti.

Che cosa capita a viaggiare nel Sud
Storia del Cilento > VedutaMi rimetto sulla strada e risalgo la montagna. All'improvviso una fiammella rossa colpisce il mio sguardo. E’ la dinamo. E’ partita. Non poteva capitarmi una disgrazia peggiore. Avrò si e no tempo per quattro o cinque ore di marcia. Mi passa la voglia di proseguire. Mai un guasto, mai un fastidio mi ha dato questa macchina. Ed ora... Avvisto una casa. Lascio la macchina sulla strada, salgo su una roccia e do la voce a una donna che scompare subito nella casetta. Finalmente ai miei gridi compare un uomo e dietro di lui la donna che resta sotto l’arco della porta. Deve essere uno di quegli uomini che non ama ridere. Chi sa se ha mai visto un'automobile. Gli chiedo se può dirmi dove mi trovo e dove troverò un paese, un paese con un meccanico. Vuol sapere che cosa ha la mia macchina e, per cortesia, gli dico che si è guastata la dinamo. Si avvicina alla macchina, guarda, tocca per accertarsi se si tratta di un falso contatto. Poi mormora: « Non è niente. Sono le spazzole. Tra dieci chilometri troverete ***. E’ un guasto da niente. Queste macchine non si fermano per simili sciocchezze».
Meravigliato della sua scienza, ringrazio; riparto e trovo il paesino, uno dei più dimenticati del mondo. Non ricordo neanche il suo nome. Chiedo del meccanico e me lo indicano: una bottega misera all'insegna di una ruota di bicicletta. "Sto fresco", penso. Ma il piccolo, torvo, giallognolo meccanico, che ha un vago sorriso come di chi ringrazia Dio che gli ha mandato il pane quel giorno, si mette subito al lavoro. Non sono le spazzole. Si tratta dell'indotto, cioè della parte vitale della dinamo. Dice che è un guasto serio, ma non grave e che presto lo rimetterà a posto, e meglio di prima. E provo improvvisa in questo uomo una fiducia illimitata. Lavora, non fa chiacchiere. L'oggetto non gli appare nuovo. Dice che la mia è una buona macchina. Gli allievi guardano come il maestro lavora in questa sua grande giornata, mentre io mi avvio verso un'osteria. Si tratta di un tabaccaio alquanto burbero che fa anche da oste. Tutto è pulito qui: la tovaglia, i piatti, i bicchieri, le posate. Si mangia zuppa di lenticchie, poi salsicce con peperoni all'agro, un pezzo di formaggio, vino frutta e pane grosso, quello contadino. Un pranzo da Abele pastore, frugale e saporito. Duecentocinquanta lire! E con che sguardo contento mi guardava il bur­bero ostetabaccaio. Soddisfatto ritorno dal mec­canico che mi fa trovare la macchina in perfetto ordine. Un lavoro di tremila a ***, si paga 500 lire. Me ne aveva chiesto 450. E da allora la mia è la migliore dinamo di Napoli. Ecco che cosa capita a viaggiare nel Sud, nella montagna: i miracoli.

Verso il mare
Storia del Cilento > Golfo di PolicastroMi rimetto in marcia. Ritorno in solitudine: io, l'auto, le rocce, le precipitose discese, le ripide salite, l'aria tiepida delle valli, il freddo delle cime. Ora fitti boschi e fumate di carbo­naie; ora gli "immani, nudi sasse" e l’ombra cornuta delle capre invisibili. Un latrato come di bestia ferita. Un canto di contadino. Un casolare abbandonato. Un volo di uccello lento e navigatore. Un paese piccolo come un mucchio di noccioline in una mano. E poi uno sfondo di mare vasto e infinito quanto l'immaginazione. Questi sono i monumenti varii e molteplici, possenti e irripetibili. Se non fosse per la miseria degli uomini che sono i maligni fantasmi della nostra coscienza, questo luogo potrebbe essere l'uscio del paradiso terrestre. Tale è la sua austera bellezza.
Alla fine mi avvedo che le salite sono finite e che la macchina discende agevolmente al pia­no nell'aria misericordiosa del vespro. Lontano appare un paese, assai diverso dagli altri. Mi sembra di scorgere delle luci al neon. La strada, come al solito sempre di eccellente fondo, si fa più stretta. Si trasforma in un viale tra piante profumate e mi sembra di avviarmi ver­so un'altra città del sud: a Campinas, a cento chilometri da San Paolo del Brasile. Uguali gli odori, uguale il cielo (bleu), uguali le stelle. grandi come palle di alberi natalizi e con i raggi visibili e tremolanti. Arrivo nel felice paese che si chiama Policastro: coi suoi ristoranti, la sua stazione di servizio, la sua passeggiata lungo il mare. Più tardi, dall'albergo guardo le lontane lampare dei pescatori di Sapri.

DOMENICO REA

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